C’è un dato che colpisce più di altri nel sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera all’inizio del 2026: la sanità è ormai stabilmente tra le prime preoccupazioni degli italiani. Non come emergenza episodica, ma come questione strutturale, quotidiana, esistenziale. È il segno di una fragilità avvertita, che riguarda la vita reale delle persone e il loro rapporto di fiducia con le istituzioni .
Quando la sanità entra così in alto nelle priorità del Paese, significa che non si teme solo la malattia, ma l’assenza di risposte. Liste d’attesa, difficoltà di accesso, carenza di personale, discontinuità nella presa in carico hanno trasformato un diritto costituzionale in una fonte di insicurezza. Ed è su questo terreno che si misura oggi la credibilità dello Stato.
La manovra 2026 interviene proprio qui, con una scelta che va letta per ciò che è: una decisione politica. Il rafforzamento strutturale del Fondo sanitario nazionale, accompagnato da vincoli espliciti su prevenzione, salute mentale, cronicità, screening e personale, indica una volontà chiara di riportare il Servizio sanitario nazionale al centro dell’azione pubblica. Non una somma di misure, ma una ricomposizione di priorità.
Accanto alle risorse, emerge un cambio di modello. Il passaggio da un welfare prevalentemente riparativo a un welfare di prossimità – caregiver, farmacia dei servizi, telemedicina, dimissioni protette – risponde a una domanda profonda che il Paese esprime con sempre maggiore chiarezza: non essere lasciati soli. La sanità non è solo cura, è accompagnamento, continuità, fiducia.
Ma c’è un punto che non può più essere aggirato. La sanità italiana è oggi gestita attraverso 21 sistemi regionali e delle Province autonome, profondamente diversi tra loro. Differenze che per anni sono state giustificate in nome dell’autonomia, ma che oggi producono disuguaglianze inaccettabili nei tempi di accesso, nella qualità delle cure, nelle opportunità di vita. Quando il luogo di residenza determina il diritto alla salute, il problema non è più organizzativo: è istituzionale.
È su questo crinale che si gioca la partita decisiva del regionalismo italiano. L’autonomia non può essere una delega senza responsabilità. Può reggere solo se garantisce livelli essenziali realmente omogenei e diritti esigibili ovunque. Altrimenti, smette di essere valore e diventa fattore di frattura.
La riaffermazione dell’universalismo come criterio ordinatore – LEA, LEPS, accesso ai farmaci innovativi, contrasto alle disuguaglianze territoriali – va letta in questa chiave. La manovra 2026 traccia un perimetro: lo Stato non arretra, ma chiede coerenza, capacità, risultati. Il vero banco di prova sarà l’attuazione, non l’enunciazione.
La sanità è tornata ad essere ciò che è sempre stata nelle fasi più serie della storia repubblicana: un’infrastruttura civile. Ed è qui che si misurerà, nei prossimi anni, la solidità del nostro regionalismo e la credibilità dello Stato. Perché l’autonomia, senza uguaglianza dei diritti, non è autonomia. È una rinuncia. E il Paese non può più permettersela.