Viviamo in un tempo nel quale ogni giudizio sembra costretto a diventare una sentenza.

Un Governo deve essere descritto come infallibile oppure come un fallimento. Una scelta politica deve essere celebrata senza riserve oppure condannata senza appello. Chi riconosce un risultato all’avversario viene accusato di debolezza; chi ammette un limite della propria parte rischia di essere considerato sleale.

È una rappresentazione comoda, ma falsa. E soprattutto inutile.

Il bilancio dei 1.413 giorni di Governo pubblicato dal Corriere della Sera offre l’occasione per provare a recuperare un metodo diverso: guardare ai fatti con equilibrio, riconoscendo ciò che ha funzionato e ciò che ancora non funziona.

Il primo risultato è la stabilità.

In una stagione segnata dalla guerra in Ucraina, dalla crisi energetica, dall’inflazione, dalle tensioni internazionali e da profondi cambiamenti economici, l’Italia ha avuto un Governo capace di durare e una maggioranza che, pur con sensibilità differenti, ha mantenuto una direzione comune.

Non è un risultato secondario. La stabilità rafforza la credibilità del Paese, tutela la fiducia dei mercati, consente alle imprese di programmare e restituisce all’Italia maggiore autorevolezza in Europa e nel mondo.

Anche la tenuta dei conti pubblici e la crescita dell’occupazione rappresentano risultati da riconoscere. Governare responsabilmente significa anche resistere alla tentazione di acquistare consenso immediato caricandone il costo sulle generazioni future.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi alle statistiche positive.

L’aumento degli occupati non cancella il problema dei salari, della qualità del lavoro, delle difficoltà dei giovani e del divario ancora troppo profondo tra Nord e Sud. Un posto di lavoro è vera libertà solo quando consente a una persona di progettare il proprio futuro, costruire una famiglia e vivere dignitosamente.

Lo stesso criterio vale per la sanità.

Il Servizio sanitario nazionale rimane una delle più grandi conquiste civili del nostro Paese e deve essere difeso senza esitazioni. Sono stati introdotti strumenti importanti per contrastare le liste d’attesa, rafforzare la prevenzione e rendere più trasparenti le responsabilità. Ma per troppi cittadini ottenere una visita, un esame o una diagnosi continua a essere difficile.

Negarlo sarebbe ingiusto prima ancora che politicamente sbagliato.

Una lista d’attesa non è soltanto un numero. È una persona che aspetta una risposta, una famiglia sospesa, talvolta una cura che rischia di arrivare troppo tardi. Le misure nazionali devono quindi trasformarsi in risultati concreti nei territori, e chi ha la responsabilità di organizzarne l’attuazione deve risponderne con chiarezza.

Anche sull’immigrazione occorre sottrarsi alle semplificazioni. Non servono né frontiere abbandonate né slogan irrealizzabili. Servono controllo, cooperazione europea, accordi con i Paesi di origine, rimpatri effettivi per chi non ha diritto a restare e percorsi seri di integrazione per chi può contribuire alla nostra comunità.

Rigore e umanità non sono termini inconciliabili. Sono i due pilastri di una politica adulta.

In politica estera l’Italia ha mantenuto una posizione coerente e affidabile, sostenendo l’Ucraina e lavorando all’interno dell’Unione europea e dell’Alleanza atlantica. Anche qui bisogna tenere insieme fermezza e ricerca della pace. Una pace autentica non può nascere dalla resa imposta a chi è stato aggredito, ma neppure dalla rinuncia alla diplomazia.

Il quadro complessivo, dunque, va letto con equilibrio: riconoscendo senza esitazioni i risultati raggiunti e guardando con serietà alle sfide ancora aperte.

È il quadro di un Paese che ha recuperato stabilità e credibilità, ha ottenuto risultati importanti e deve ora affrontare con maggiore decisione le questioni che incidono direttamente sulla vita quotidiana: salari, sanità, sicurezza, natalità, casa, energia e opportunità per i giovani.

Riconoscere i problemi non indebolisce un Governo. Lo rende più credibile.

La lealtà politica non consiste nel sostenere che tutto vada bene. Consiste nel difendere una direzione, contribuendo al tempo stesso a correggere ciò che non funziona. È questo anche il compito di una forza politica di centro: portare equilibrio senza rinunciare al coraggio, difendere la libertà senza dimenticare la solidarietà, esercitare fermezza senza perdere umanità.

Forza Italia deve continuare a rappresentare questa cultura dentro la coalizione: liberale, europeista, garantista e attenta alla dimensione sociale. Non abbiamo bisogno di inseguire la gara a chi alza maggiormente la voce o propone la soluzione più estrema. Abbiamo il dovere di rendere riconoscibile una politica competente e responsabile.

La ragionevolezza non è tiepidezza. Non è indecisione e non è il rifugio di chi teme di scegliere.

Al contrario, richiede più coraggio delle urla, perché obbliga a misurarsi con la complessità, a dire qualche volta dei no, ad ammettere un errore e a preferire una soluzione possibile a una promessa irrealizzabile.

Dopo 1.413 giorni, il Governo può rivendicare la stabilità e i risultati raggiunti. Ma la parte più importante del lavoro comincia adesso: trasformare quella stabilità in un miglioramento sempre più concreto e percepibile della vita degli italiani.

Sui risultati dobbiamo rivendicare. Sui ritardi dobbiamo accelerare. Sui problemi dobbiamo dire la verità.

È questa la forza tranquilla di cui oggi ha bisogno la politica.

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