Nel giorno in cui la presidente della Regione celebra il proprio operato con un lungo comunicato di auguri ai sardi – rivendicando “lavoro continuo”, “ricostruzione”, “centralità europea” e assicurando che “non tutto è risolto, ma ci siamo” – arrivano dati che raccontano una realtà molto diversa.
I numeri sull’export manifatturiero della Sardegna nel primo semestre 2025 sono impietosi: –17,5% rispetto all’anno precedente, con un crollo ancora più grave per le micro, piccole e medie imprese (–29,8%). Nello stesso periodo, il resto d’Italia cresce mediamente del +2%.
Non è una coincidenza temporale, ma una fotografia politica: mentre la Giunta rivendica il proprio ritmo e il proprio impegno, l’economia reale arretra.
Un sistema produttivo fragile
L’economia dell’Isola è poco diversificata e fortemente esposta a pochi comparti. Quando uno di questi rallenta – raffinazione, alcune produzioni tradizionali – l’effetto non viene assorbito da altri settori.
Altre regioni hanno filiere articolate, interconnesse, capaci di reagire agli shock. La Sardegna, no.
Il risultato è un export che oscilla violentemente e un sistema che non regge le fasi difficili.
Le PMI: il cuore lasciato senza protezione
Il dato più preoccupante riguarda le PMI, storicamente l’ossatura dell’economia sarda.
Qui il problema non è la mancanza di capacità imprenditoriale, ma l’assenza di un ecosistema di supporto:
• scarso accesso al credito per l’internazionalizzazione
• nessun accompagnamento strutturato sui mercati esteri
• costi logistici più alti, non compensati
• assenza di una vera politica regionale per l’export
In queste condizioni, le imprese non competono: resistono finché possono, poi arretrano.
Insularità: riconosciuta a parole, non governata nei fatti
Nel comunicato della presidente si rivendica finalmente la chiusura della vertenza entrate e il riconoscimento degli svantaggi dell’insularità. Ma l’export racconta un’altra storia.
Se l’insularità non viene tradotta in politiche operative per le merci, la logistica e le imprese, resta una formula finanziaria, non uno strumento di sviluppo. E quando non è governata, diventa un handicap competitivo.
Mercati sbilanciati, strategia assente
I dati sui mercati di destinazione lo dimostrano:
• forte crescita verso la Germania
• crollo verticale verso la Cina
Questo non è il frutto di una strategia di internazionalizzazione, ma di rapporti episodici, non presidiati. Quando un mercato si chiude, non ce n’è un altro pronto a compensare.
Il nodo politico: il divario tra narrazione e realtà
Qui sta il punto centrale. Tra i comunicati che parlano di “ricostruzione”, “sfide europee” e “centralità della Sardegna” e i dati economici c’è un divario che non può essere ignorato.
Perché senza:
• una politica industriale
• una strategia sull’export
• un sostegno reale alle PMI
• una gestione concreta dell’insularità
la retorica resta tale. E i numeri, puntuali, la smentiscono.
Perché questo dato è grave
Perché colpisce:
• il lavoro
• l’autonomia economica
• la capacità della Sardegna di stare nel mondo senza dipendere solo da trasferimenti pubblici
Una Regione autonoma che perde export perde libertà.
Mentre la Sardegna arretra, l’Italia cresce
C’è un ultimo dato che rende questa fotografia ancora più netta.
Mentre l’export sardo crolla, l’Italia nel suo complesso cresce e segna un risultato storico: ha superato il Giappone ed è oggi il quarto esportatore mondiale di beni, una posizione certificata anche dall’OCSE.
Il sorpasso è stato possibile grazie alla struttura produttiva italiana: distretti industriali radicati, filiere integrate, piccole e medie imprese competitive nei settori chiave del manifatturiero. Un modello che, pur tra difficoltà, regge gli shock internazionali e continua a creare valore.
Nella classifica globale l’Italia si colloca subito dopo Cina, Stati Uniti e Germania.
La Sardegna, invece, va nella direzione opposta.
Ed è qui che il problema diventa politico: non siamo di fronte a una crisi globale, ma a una crisi di sistema regionale, fatta di scelte mancate, assenza di strategia e incapacità di trasformare le parole sull’insularità e sull’autonomia in strumenti concreti di sviluppo.
Quando il Paese cresce e un territorio arretra, la responsabilità non è del mondo. È di chi governa.
Conclusione
Nel giorno degli auguri e dei bilanci autocelebrativi, i dati sull’export riportano tutti alla realtà.
L’economia non si governa con il ritmo delle sedute di Giunta, ma con strategie che tengano in piedi le imprese e il lavoro.
Finché questo nodo non verrà affrontato, la distanza tra ciò che si racconta e ciò che accade continuerà ad allargarsi. E a pagare saranno, come sempre, i sardi.