Il dibattito sul decreto “Transizione 5.0” e sulle energie rinnovabili in Sardegna si è rapidamente polarizzato. Da un lato chi parla di “assalto indiscriminato al territorio”, dall’altro chi riduce tutto a un problema ideologico. Come spesso accade, la verità è più complessa – e richiede meno slogan e più lettura dei testi.

Il decreto-legge n. 175 del 2025, convertito in legge, non introduce un “liberi tutti” sugli impianti rinnovabili. Al contrario, definisce un quadro nazionale più stringente rispetto al passato, fissando limiti, criteri e controlli che prima erano spesso frammentari o affidati a interpretazioni difformi .

In particolare:
• l’installazione di impianti fotovoltaici a terra in area agricola resta fortemente limitata e consentita solo in casi specifici;
• per le aree agricole idonee viene introdotto un range quantitativo preciso, tra lo 0,8% e il 3% della superficie agricola utilizzata regionale;
l’agrivoltaico viene regolato in modo più rigoroso, con l’obbligo di mantenere almeno l’80% della produzione agricola e con verifiche comunali nei cinque anni successivi alla realizzazione;
• restano pienamente operative le autorizzazioni ambientali, paesaggistiche e urbanistiche.

Detto questo, sarebbe altrettanto sbagliato negare che il decreto introduca un cambio di passo: accelera, semplifica alcune procedure e chiede alle Regioni di assumersi fino in fondo la responsabilità della programmazione. Ed è qui che si gioca la vera partita, soprattutto per una regione come la Sardegna.

Il rischio di una crescita disordinata degli impianti non nasce automaticamente dalla legge nazionale, ma dall’eventuale inerzia regionale. Il decreto assegna alle Regioni – e in modo esplicito anche alle Regioni a statuto speciale – il compito di individuare con legge propria le aree idonee, coinvolgendo gli enti locali e tenendo conto delle specificità territoriali. Se questo passaggio non avviene, o avviene in modo debole, il quadro nazionale tende a prevalere.

Per la Sardegna questo punto è decisivo. Un territorio fragile, con un patrimonio paesaggistico unico, un’agricoltura che è anche identità e una rete energetica isolata non può limitarsi a subire decisioni altrui. Deve governare il processo.

Governare non significa bloccare tutto, ma scegliere:
• dove produrre energia e dove no;
• quanta energia serve davvero ai territori e quanta è destinata all’export;
• quali impianti generano valore locale e quali solo rendita;
• come integrare rinnovabili, pianificazione urbanistica e tutela del paesaggio.

In questo senso, il decreto pone una verità scomoda ma chiara: chi governa decide, chi non decide subisce. Non è una legge “contro la Sardegna”, né una legge risolutiva in sé. È una cornice che può produrre buone o cattive conseguenze a seconda della capacità politica e amministrativa di chi la applica.

La sfida, oggi, non è alimentare paure né minimizzare i problemi. È costruire una disciplina regionale seria, trasparente e condivisa, che consenta alla Sardegna di partecipare alla transizione energetica senza rinunciare a se stessa. Perché la vera alternativa non è tra rinnovabili sì o no, ma tra sviluppo governato e trasformazioni subite.

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