In Italia tendiamo spesso a discutere di spesa pubblica come se fosse tutta uguale. Non lo è. Ci sono risorse che creano futuro e risorse che lo bruciano. E la differenza, a volte, la fa non solo quanto si spende, ma per quanto tempo quella spesa resta sulle spalle del Paese.

È qui che il confronto tra tre fenomeni diversi — baby pensioni, Superbonus e PNRR — diventa illuminante. E ci aiuta a capire perché il Superbonus introdotto dal Governo Conte non sia stato soltanto un errore tecnico, ma un errore storico.

Baby pensioni: il passato che non passa mai

Le baby pensioni sono l’esempio più noto di una misura nata per consenso, non per equità né per sostenibilità. Hanno inciso sui conti pubblici per oltre quarant’anni, e ancora oggi costano circa 9 miliardi l’anno. Cumulando un onere di circa 130 miliardi che non ha lasciato nulla in eredità: né infrastrutture, né nuova produttività, né più sicurezza sociale. Una spesa lunga, lenta, inesorabile.

Superbonus: il costo di un Piano Marshall consumato in tre anni

Il Superbonus 110% è stato diverso: non ha consumato risorse lentamente, ma in un lampo. In appena tre anni ha generato un onere per lo Stato che le stime più aggiornate collocano tra i 130 e i 160 miliardi di euro.

Per dare un ordine di grandezza:
il Piano Marshall — il programma che ricostruì l’Europa intera dopo la Seconda guerra mondiale — costò agli Stati Uniti una cifra equivalente a 120–130 miliardi di euro moderni.

Il Superbonus ha bruciato la stessa cifra… da solo. In tre anni.
Senza un disegno strategico, senza una governance adeguata, senza criteri selettivi, senza controlli iniziali.

Sì, molte case sono state riqualificate. Ma il prezzo pagato dal Paese è stato enorme:
• deficit esploso,
• crediti fiscali incagliati,
• distorsioni di prezzo nell’edilizia,
• proliferazione di imprese improvvisate,
• frodi record,
• impatto regressivo (i benefici più consistenti alle famiglie più forti),
• nessun effetto strutturale paragonabile a un vero piano di modernizzazione nazionale.

Le baby pensioni hanno danneggiato l’Italia per quarant’anni. Il Superbonus ha fatto lo stesso male… in un quarto del tempo. E la generazione che pagherà questo conto non è quella che ne ha beneficiato.

PNRR: l’occasione che non possiamo permetterci di sprecare

Il PNRR italiano vale 194 miliardi. Solo la nostra quota nazionale supera l’intero Piano Marshall originario.
È il più grande intervento pubblico europeo dalla nascita dell’Unione. La differenza, però, è brutale:
mentre il Piano Marshall aveva obiettivi chiari — energia, infrastrutture, produzione, stabilità — il PNRR rischia di diventare un’arena di micro-progetti, lentezze burocratiche, amministrazioni impreparate, rendicontazioni complicate.

Il vero tema non è più “quanti soldi abbiamo”, ma è “saremo capaci di trasformarli in crescita, servizi, infrastrutture, futuro?” Se non lo faremo, avremo perso un’occasione irripetibile.

Piano Marshall: il modello della spesa che costruisce

Il Piano Marshall durò quattro anni e costò meno del Superbonus. Ma fu costruito su una visione:
• rimozione dei colli di bottiglia industriali,
• investimenti in logistica ed energia,
• stabilità monetaria,
• cooperazione europea,
• riforme e condizionalità chiare.

Non fu una “pioggia di soldi”. Fu un progetto. E infatti cambiò la storia economica e politica del continente.

La mia lettura: il problema non sono i soldi. È la qualità della spesa.

Il punto non è demonizzare qualsiasi incentivo. Il punto è capire che tipo di Paese vogliamo diventare. Perché tra baby pensioni e Superbonus abbiamo già dissipato risorse equivalenti a due Piani Marshall… senza creare un Paese migliore.

La differenza tra chi governa con responsabilità e chi governa inseguendo il consenso sta tutta qui: usare il debito per costruire futuro, non per comprare presente.

Questa è l’idea che ispira quella che deve diventare una Rivoluzione Gentile: competenza, visione, rispetto per le risorse pubbliche, chiarezza nelle scelte, responsabilità verso chi verrà dopo di noi.

Perché il futuro non si eredita. Si costruisce.

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