Ci sono gesti che parlano più di mille discorsi. A Cerea, in provincia di Verona, durante la benedizione per l’inaugurazione della scuola, quattro studenti stranieri si sono tappati le orecchie per non ascoltare le parole del sacerdote. Un gesto plateale, giustificato – dicono – dalla loro fede. Ma quello che preoccupa non è solo il comportamento in sé. È la reazione che ne è seguita: spiegazioni, comprensione, richieste di “dialogo”.
Dialogo? Bene. Ma a una condizione: che sia reciproco. Perché un bambino che si tura le orecchie davanti al simbolo della nostra identità non sta “dialogando”: sta rifiutando. E se a quel gesto non rispondiamo con chiarezza, allora significa che la resa è già iniziata.
Ho scritto nel 2009 che “il Crocifisso fa parte della nostra vita”. Oggi lo ripeto, con più convinzione di allora: il Crocifisso non divide, unisce. Non è un’imposizione, ma una presenza. Lo disse anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2011, riconoscendone il valore culturale, prima ancora che religioso. Ma poi, nel 2021, qualcuno ha pensato bene di introdurre il cosiddetto “percorso dialogico”: come se, per tenere il Crocifisso appeso in aula, dovessimo chiedere il permesso.
Ecco la radice del problema: la nostra identità trattata come fosse una concessione momentanea. Un simbolo da esibire solo se non disturba nessuno. Ma se la mia storia deve essere negoziata ogni volta che qualcuno la contesta, allora non è più identità: è cortesia.
Il Crocifisso non è un feticcio confessionale. È la radice della nostra civiltà. È la sintesi di un’idea di persona, di libertà, di dignità umana che ha plasmato scuole, leggi, diritti, ospedali. Togliere quel segno – o far finta che sia un optional – significa lasciare i nostri figli senza una bussola e privare chi arriva qui della possibilità di capire dove si trova.
A chi viene in Italia va offerto rispetto e accoglienza. Ma non si può chiedere a chi ospita di nascondere la propria casa. Perché chi rinuncia ai suoi simboli, rinuncia a se stesso.
Il Crocifisso non si tocca. Non si tratta. Non si abbassa la voce quando parla.
Perché non è un oggetto appeso a un muro. È ciò che siamo.
Questo l’articolo pubblicato nel 2009 su l’Unione Sarda:
