Pubblico queste pagine con un sentimento che prevale su tutti gli altri: la gratitudine.

La professoressa Teodora Pezzano, docente di Pedagogia generale e sociale all’Università della Calabria, ha dedicato a La Rivoluzione Gentile una lettura attenta, profonda e, nei miei confronti, persino troppo generosa. Ma ciò che mi ha colpito di più non sono le parole rivolte all’autore: è il modo in cui ha saputo raccogliere alcuni dei fili che attraversano il libro – la competenza, la gentilezza, il coraggio, la responsabilità, il limite – e metterli in dialogo con Bobbio, Dewey e con una riflessione più ampia sulla qualità della nostra democrazia.

Quando si scrive un libro, a un certo punto bisogna lasciarlo andare.

Da quel momento non appartiene più soltanto a chi lo ha scritto, ma anche a chi lo legge, lo interpreta, lo discute e magari vi ritrova domande diverse da quelle da cui era nato.

Per questo considero questa recensione soprattutto un dono: non una celebrazione, ma un’occasione di confronto su una domanda che sento sempre più urgente. In un tempo segnato dal conflitto, dalla velocità e dalla durezza del linguaggio, possiamo ancora immaginare una società e una classe dirigente capaci di unire competenza e umanità, fermezza e rispetto, responsabilità e ascolto?

Ringrazio di cuore Teodora Pezzano per il tempo, l’attenzione e la sensibilità che ha dedicato a queste pagine. E condivido qui integralmente la sua riflessione, con la speranza che possa contribuire ad allargare il dialogo ben oltre il libro.

Di: Teodora Pezzano

La Rivoluzione gentile

Il saggio di Ugo Cappellacci, La Rivoluzione gentile. Verso la leadership della gentilezza del 2025 focalizza tre aspetti fondamentali nel dibattito culturale contemporaneo.

  1. Il libro ripropone un tema centrale in modo rinnovato e, cioè, il rapporto politica-cultura, così come Norberto Bobbio lo aveva già individuato nella sua opera del 1955 dal medesimo titolo, non solo sulle tracce dell’idea di Gramsci dell’intellettuale organico, ma soprattutto perseguendo l’idea di una cultura che avrebbe dovuto  progettare il futuro del nostro paese.  In altri termini, non ci può essere azione politica se non c’è un progetto culturale, una visione più ampia che la illumini
  2. Il tema della democrazia non è solo dato dalla ricerca di un equilibrato rapporto tra i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, ma di una grande questione morale diffusa. In questo senso, ancora Norberto Bobbio nel testo del 1994 Elogio della mitezza e altri scritti morali, elogia una virtù, la mitezza, apparentemente debole e impopolare che può rappresentare una forma superiore di forza morale e politica, proponendo il dialogo come metodo politico da opporre sempre alla sopraffazione, alla violenza, al concetto di potere come dominio.
  3. Il testo, attraverso una profonda riflessione sulla sua intensa esperienza politica e parlamentare, prende spunto da queste idee e  sviluppa una  teoria, la leadership della gentilezza, che cerca di ripensare la democrazia nel momento della sua massima crisi nel mondo occidentale e nella contemporaneità devastata da guerre così drammatiche e impreviste in quella che è ormai definito “un disordine geopolitico”. Solo una classe dirigente che esprima una azione politica basata sulla competenza, sulla gentilezza intesa come potere dell’ascolto e sul coraggio delle decisioni, nonché sulla responsabilità e il limite può rifondare la democrazia in cui il potere possa essere concepito come servizio alla comunità sociale e non come esercizio di dominio e sopraffazione. Le oligarchie economico-finanziarie mondiali e il potere della tecnologia algoritmica dell’Intelligenza Artificiale che orientano le politiche globali devono essere orientate da una leadership della gentilezza per essere limitate nel loro strapotere da una diffusa bottom up democracy, democrazia dal basso.    

La proposta di Cappellacci, politico di grande esperienza e di lungo corso, Presidente della Regione autonoma Sardegna dal 2009 al 2014 e attualmente Presidente della XII Commissione Affari sociali e sanità, come dice nella Prefazione Gianni Letta, non è utopistica in quanto si basa sulla “consapevolezza che le società più gentili sono anche le più sostenibili” p. 14 e  la gentilezza non è debolezza ma forza come riafferma anche nella Introduzione Rita dalla Chiesa.

L’esordio del libro  nasce da un confine, da una soglia, come l’autore annuncia nel Prologo, tra il desiderio di vivere e il responso negativo di un brutto annucio di una diagnosi infausta per fortuna scongiurata.  Questo desiderio di vita rinnovata che scandisce fenomenologicamente il senso di questo “romanzo di formazione” genera una sua specifica teorizzazione riproponendo l’importanza del progetto culturale per ripensare la democrazia migliorando  la classe dirigente.  Si parte da una premessa. “Abbiamo costruito un mondo che sa tutto ma non ascolta più nessuno…la Rivoluzione gentile nasce da qui. Dall’idea che sapere, comprendere e servire non siano azioni separate, ma parti dello stesso atto umano” p. 24.

In questo senso l’autore ipotizza che la leadership della classe dirigente delle nostre democrazie nasca da qui e, cioè, non  dal potere egemonico delle élites sul popolo, ma dal potere come servizio diffuso alla e  per la comunità, in quanto la leadership deve combattere non contro qualcuno ma per qualcosa che possa realizzare l’equilibrio tra gli interessi contrapposti e la possibile costruzione del bene comune.

I tre pilastri su cui l’autore vuole fondare la sua rivoluzione gentile sono la competenza, la gentilezza e il coraggio.   Il viaggio attraverso il quale queste tre categorie prendono forma si sviluppa attraverso l’esperienza di vita e politica dell’autore.

Il coraggio del silenzio che ascolta, come dice Simone Weil, è la forma più rigorosa dell’attenzione. Un viaggio in Ucraina per dare una speranza a bambini ucraini che vogliono lasciare alle spalle la guerra che era appena scoppiata. È questo che determina, nella percezione del mondo di Cappellacci, l’attenzione per l’ascolto e l’empatia nei confronti della sofferenza degli altri. Le radici e la memoria rappresentano per l’autore  un “piccolo archivio del mondo”. La sua famiglia, il restauro di Villa Devoto, fondamentale per la storia culturale sarda, rappresentano l’idea della memoria che è responsabilità civile.  E, in questo, sono importanti anche i simboli, dal Crocefisso alla bandiera tricolore, alla Madonna di Bonaria che rappresenta il ponte tra la Sardegna e l’Argentina.

La capacità di ascoltare l’altro, il senso identitario della memoria e dei simboli rappresentano l’identità civile e umana che è anche una forma di responsabilità nei confronti degli altri come dimostra la vita di Tore, un uomo immobilizzato dalla Sclerosi Laterale Amiotrofica che per l’autore rappresenta un esempio di dignità della sofferenza e di esempio della consapevolezza del limite per vivere con dignità. 

Queste premesse costituiscono il significato profondo della Rivoluzione gentile. “Non una rivoluzione che distrugge, ma che costruisce” p. 54. E si basa su tre assi: la competenza è la mente che sa, la gentilezza è il cuore che sente, il coraggio è l’anima che osa. La Rivoluzione gentile nasce dalla collaborazione e non dalla dominazione. Come dice Hannah Arendt “il potere nasce dove le persone agiscono insieme”. Un aspetto fondamentale della Rivoluzione gentile è, quindi, quella di costruire una forma di potere come servizio e come responsabilità.

Un altro aspetto di questa rivoluzione è la considerazione che la libertà deve essere considerata  un’azione espansiva dei diritti ma anche un limite. 

Ma la responsabilità e la libertà come limite non possono svilupparsi senza competenza. “Viviamo in una epoca che ha smarrito il senso della competenza” p. 87 La competenza, quindi, connessa ad una libertà responsabile è la bussola della democrazia. La competenza è la forma più alta di rispetto dei cittadini se è espressione dell’ascolto e del dubbio nell’affrontare i problemi. La vicenda del Sulcis, miniera di carbone sarda da chiudere e riqualificare per darle un nuovo slancio economico, decisione difficile e scomoda, era stata la prova più dura per Ugo Cappellacci che aveva rifondato il progetto di sviluppo del Sulcis con la realizzazione di un impianto di distillazione criogenica: il Progetto Aria.

La conferma maggiore di questa idea è rappresentata dalla concezione della politica come cura delle persone. Il diritto all’oblio oncologico legge 193/2023 è stato un momento fondamentale dell’azione di Ugo Cappellacci come Presidente della XII Commissione Affari sociali e sanità per comprendere l’importanza della politica che è una estensione della cura e testimonia l’importanza della sanità che sui temi fondamentali deve andare al di là degli schieramenti ideologici e politici. Discorso che viene approfondito anche dalla legge per la prevenzione del diabete di tipo 1 che diventa un  progetto pilota fondamentale per la Sardegna. Accanto alla competenza intesa come capacità di comprendere e risolvere i problemi, della gentilizza come capacità di ascolto e di empatia nei confronti degli altri, del coraggio come capacità di fare delle scelte scomode per il bene della collettività.  

“Un leader gentile non pretende di essere amato, ma di essere compreso. Sa che la popolarità è effimera, mentre la fiducia è duratura. E la fiducia nasce quando le persone sentono che chi le guida non parla di loro ma con loro” p. 141 In questa prospettiva l’unico modo per affermare il senso della democrazia è la responsabilità delle elites che nell’epoca delle fake news e dell’uso molto complesso dell’Intelligenza Artificiale come dimostra la recente enciclica di Papa Leone deve riaffermare il potere lento della verità contro le derive della democrazia nella post-democrazia come il sociologo Colin Crouch afferma.

La conclusione del testo è proporre un umanesimo civile contro ogni forma di post-democrazia che possa rifondare il senso della democrazia, di una democrazia in crisi in un mondo complesso e imprevedibile probabilmente dal futuro multipolare che ha bisogno di una  democrazia per contrastare la disgregazione sociale, l’ingiustizia, la povertà diffusa, e per costruire un autentico sviluppo democratico nel costante dialogo con le autocrazie per un equilibrio di pace tra Occidente e Oriente.

Vorrei, a questo punto, proporre alcune mie riflessioni conclusive su questo contributo, soprattutto come pedagogista e studiosa di John Dewey, il teorico della democrazia americana. È indubbio che il tema di una rivoluzione gentile della leadership della democrazia è auspicabile. La sinergia tra la competenza, la gentilezza, il coraggio, ma soprattutto la responsabilità e il limite, ci fanno capire che non abbiamo bisogno di guerre che in nome degli interessi economico-finanziari globali distruggono l’umanità attraverso la minaccia nucleare, ma di un potere e di una tecnologia che utilizzi l’energia nucleare e i droni, guidati dall’IA, per costruire ponti di pace e non obiettivi mirati di distruzione. 

La formazione di elite democratiche responsabili e aperte alla concezione del potere come servizio in John Dewey è molto presente. La sua teoria democratica era basata sull’importanza dell’educazione per la democrazia come egli evidenzia nel testo Democracy and Education del 1916. La democrazia è superiore per Dewey agli altri sistemi politici perché è “a way of life”, un modo di vivere, e le persone preferiscono vivere nella relazione pacifica e non sull’idea del dominio e della distruzione dell’altro, l’homo homini lupus di Hobbes. Per fare questo, secondo Dewey, era necessario costruire élite responsabili che intrecciassero una democrazia dal basso, bottom up come teorizza nel testo The Public and Its Problems del 1927 con una democrazia che pianifica l’intervento della scienza e della tecnologia dall’alto della pianificazione delle classi dirigenti, top down appunto, come teorizza nel testo Liberalism and Social Action del 1935.  Proprio per questo l’unico modo per contrastare la violenza della guerra e della distruzione in nome di interessi economici e finanziari globali è lo sviluppo diffuso di processi educativi democratici che solo  classi dirigenti preparate possono realizzare.  

La crisi del mondo contemporaeno deve essere affrontata per contrastare  il fragore assordante delle armi e della distruzione  di massa con il paradigma della gentilezza e dell’educazione. Non solo la bellezza può salvare il mondo, ma la gentilezza e l’educazione delle classi dirigenti possono dare speranza alle nostre democrazie di essere ancora il punto di riferimento di una umanità migliore.

Teodora Pezzano

Docente di Pedagogia generale e sociale Unical       

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